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"Il mondo è quello degli occhi che lo vedono, delle orecchie che lo sentono e delle mani che lo suonano"

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"TROPICO DI NAPOLI" - (2000)

tropico di napoli

In breve
L'anima, il dolore, la sofferenza, i tormenti e gli odori, le folle e il caldo torrido di un luglio senza fine visto attraverso gli occhi e la pelle del ''cattivotenente''.
 
Il libro
L'anima, il dolore, la rabbiae gli odori, le folle e il caldo torrido dell'estate senza fine di carmine Santijanni, il cattivotenente, stritolato dai debiti, dagli assegni a vuoto, dai prestiti per riparare prestiti, dalla tensione e dall'angoscia. Il denaro, filo conduttore della sua storia, è il deux ex machina che intreccia, lega, sovrappone quelle di tanti altri: del vecchio e stimato usuraio Don Antonio; di Tonini detto Jonnybigud, il cantante devastato dalla cocaina; di Umberto, laido portiere di un albergo a ore; degli inseparabili Scintillone e Vincenzo, piccoli spaccaitori schiacciati da una vita fatta di furti, trucchi, fughe e poi le storie tristi, esasperate ma vive e carnali dei travestiti, dei femminellio Sciaronst", Evakant, Prettivumen, la signora Tàccer. Nella scrittura ossessiva, incalzante, senza pace di Peppe Lanzetta il grido e la pietas si fondono: nei bassi dei Quartieri Spagnoli, dove si sogna l'America, si muore per uno sgarro e si lotta per una vita decente che non arriva mai, in una Napoli che diventa la casbah del Cairo, i ghetti di Los Angeles, le favelas di Rio de Janeiro.
 
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Lanzetta, un quarantenne nella citta' - pentola

 

 Lanzetta, un quarantenne nella citta' - pentola Lanzetta proviene dalla pressione di una citta' - pentola, con folla insaccata nella piu' alta densita' abitativa. A lei puo' applicarsi la formula di assedio che si legge in Ezechiele: "Lei (la citta' ) e' la pentola e noi siamo la carne" (II, 3). Lanzetta da vari libri e anni scrive la folla che gli brulica intorno e lascia nelle sue pagine l' unto del loro strusciarsi. In quest' ultima storia, "Tropico di Napoli", affiora una schiuma di facce, di esistenze fissate in poche righe, un arrembaggio di miserie scosse da desideri. Insieme producono l' energia termica aggiunta a un suolo gia' vulcanico di suo. Non provo nemmeno a dar conto della varieta' umana prelevata da Lanzetta nella zona della ferrovia napoletana, dove campeggia la piu' triste e la piu' ignorata del mondo tra le statue di Garibaldi. Per traccia continua si segue l' ansia di un quarantenne sgangherato dai debiti, addentato da strozzini e truffatori. Con colpi di forbice da montatore di pellicole, Lanzetta smuove intorno al suo minimo eroe un popolo illegale, clandestino, sessuale per ossessione di esaudirsi almeno in quello. Il sesso qui e' un antinfiammatorio, una spremuta ormonale che deve dare al corpo in guerra l' armistizio di uno svuotamento. Sesso e' l' accordatura dei nervi dei vivi e causa piu' o meno diretta di mortalita' . Lanzetta sa che un romanzo e' una raccolta di biografie, ma a lui non bastano, lui deve da esse estrarre la biologia, la meccanica nuda della vita. Nella sua citta' - pentola gorgogliano gli umori corporali, una furia di ghiandole e secrezioni endocrine di esseri umani che si cercano per amarsi, uccidersi, spremersi fino all' ultima risorsa. Lanzetta racconta ma non ha l' aria di essere il supponente padrone delle storie, al contrario il loro servo che le accompagna con fedelta' anche se sono losche, infami, perche' lui a nessuno dei suoi nega una striscia di tenerezza. E si arriva alla fine del libro che si e' rimasti in pochi: le facce emerse vengono sommerse da una mortalita' brusca e fantasiosa, perche' la morte nella citta' di Lanzetta non e' una vecchia che si trascina per ospedali, ma una ragazza che va per la strada e afferra in mezzo al mucchio della vita fresca, guizzante come dentro la vasca dei capitoni. Lanzetta puo' pure sbandare forte dietro la sua scrittura, picchiata piu' da un batterista che da un dattilografo, ma si salva con l' estremismo dei sentimenti che lo perseguitano a scrivere. Finche' non si addomestichera' a scrittor da allori, le vene della citta' avranno come liquido di contrasto il suo inchiostro che ne restituisce la cupa luminescenza.
Erri De Luca PEPPE LANZETTA, Tropico di Napoli Feltrinelli, pagg. 197.

Erri De Luca

Pagina 31
(16 febbraio 2000) - Corriere della Sera

 
 
Recensione di Giuseppe Ciarallo
da kalporz.com

Come faccia poi Peppe Lanzetta a continuare ad amarla comunque e a dispetto di tutto la sua città, resta per me un mistero. Perché la ama, Peppe, la sua Napoli, una Napoli tentacolare e dannata, sempre troppo afosa e umida, troppo violenta e ambigua, troppo furba e disperata, insomma... troppo di tutto. I capitoli del libro sono tasselli di un complessissimo mosaico che ci mostra, a volte con inaudita crudezza, la vita dannata di cravattari senza scrupoli, poveracci scannati perennemente a caccia di denaro, puttane, femminielli, voyeur, travestiti superdotati, camorristi, macho, tossici e spacciatori, tutti impegnati, come in un terrificante girone dantesco, a procurare e procurarsi infinito dolore. In questo libro non c'è traccia della cosiddetta "gente normale". Il popolo dei VIP, quello all'autore non interessa, è una scelta di campo, la sua. "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori" diceva l'indimenticabile De André. Purtroppo Tropico di Napoli è disperazione pura, è totale assenza di prospettive, è letame e basta, senza fiducia nel domani, senza speranza di vita e di fiori. Il clima delle pagine è torrido, e non solo per la presenza ossessiva dell'afa asfissiante dei bassi napoletani, anche le parole grondano sudore e devastazione. Il personaggio principale, il cattivotenente, sempre impantanato nelle sabbie mobili dei suoi debiti, sembra una maschera della tragedia greca che si muove tra figure mitologiche, il/la transessuale Soraya, donna bellissima a dispetto dei 32 cm. di pene (singolare maschile) di cui è fornito/a, Don Antonio, l'usuraio stranamente non odiato, che dispensa aiuto e disperazione in egual misura. Lanzetta si aggira in questo buio inferno usando la sua penna come una torcia che punta impietosamente, di volta in volta, sui personaggi che ha deciso di raccontare (o smascherare). A stemperare l'angoscia diffusa ci pensa uno stuolo di allegri travestiti coi loro fantasiosi, scoppiettanti nomignoli: la signora Taccèr, Sciaronstò, Prettivumen, Evakant, Amandalìr, Demimùr e Uocchie 'e vongola, così chiamata per evidenti problemi di tiroide. La trama del libro non è di per sé importante, troppo intricati i vicoli del labirinto in cui si muove, ogni avvenimento sembra essere un mero pretesto per far esplodere i comportamenti, sempre di un tono sopra le righe, dei tanti, inconsapevoli dannati. Sullo sfondo Napoli, una città madre dolcissima e sconsolata, incapace di lenire i morsi della fame d'amore che uccide senza scampo i suoi figli.

Napule è nu sole amaro
Napule è addore 'e mare
Napule è na carta sporca
e nisciuno se ne importa.

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TROPICO DI NAPOLI, di Peppe Lanzetta
Un'umanità variegata e a volte mostruosa che vive ai margini della civiltà, subisce i soprusi e dimostra un'ingenuità che fa tenerezza 

A CADENZA QUASI REGOLARE, L'INTELLIGENTE PEPPE LANZETTA
torna ad occuparsi come un figlio devoto della sua amata Napoli.
   Stavolta è "Tropico di Napoli", ma prima sono arrivati "Incendiami la vita", "Un amore a termine", "Figli di un bronx minore", "Un messico napoletano" e "Una vita postdatata". Cambiano solo i titoli, ma le storie, le atmosfere, i personaggi - se pure con nomi diversi - sono sempre gli stessi. Non perché l'autore pecchi di fantasia o inventiva, assolutamente. Vuole far capire, insistendo sui temi a lui cari, che nessun altro deve permettersi di sottolineare, in spregio ai suoi fratelli e cugini napoletani, gli aspetti negativi che permangono nel capoluogo campano nonostante la cura Bassolino.
   Solo chi è nato all'ombra dei panni stesi nei vicoli, chi si è addormentato col puzzo di fritto nel naso e si è svegliato al vociare della gente del popolo può trovare le parole e i toni giusti per raccontare senza condannare.
   Lanzetta, servendosi di una narrazione che mantiene tutti gli umori stratificati, non ha difficoltà a trasferire sulla pagina le vite di uomini non illustri; o addirittura derelitti.
   A legare le diverse vicende di questo appassionato e appassionante romanzo è il vagare disperato di Carmine Santojanni, soprannominato il "cattivotenente", in fuga dagli strozzini. Insieme a lui incontriamo l'usuraio dai capelli unti, il tossico Scintillone, Willy il parrucchiere gay, Bruce Willis della ferrovia e altri grotteschi figuri.
   Un'umanità variegata, a volte mostruosa, che vive ai margini della civiltà, subisce i soprusi e dimostra un'ingenuità che fa tenerezza. E spesso commuove.
 
 
Mariano Sabatini
  20 aprile 2000

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Edizione tedesca di "Tropico di Napoli", tradotto con il titolo
"Die Sehnsucht des Cattivo Tenente"
edito dalla casa editrice  "Haymon"
 
tropico