"GIUGNO PICASSO" - (2006)

In breve Nell’esilio di Stromboli un ex marinaio diventa il polo d’attrazione di altri esuli disperati e vitali e, d’estate, di ospiti paganti molto alternativi. L’arrivo del figlio e di un amico del figlio getta scompiglio e turbamento, perché entrambi portano addosso un segreto, una malattia, un contagio. Peppe Lanzetta, disegna una catastrofe di anime alla deriva, sullo sfondo di altre catastrofi, naturali e storiche.
IL LIBRO
Don Alfonso, ex marinaio della flotta Lauro, conduce una sorta di pensione molto alternativa a Stromboli. Come ogni estate arriva il figlio Omar ma questa volta insieme all’amico Pablo, giovane pittore di origini ispaniche. L’inquietudine ribelle di Omar – ormai giudice severo delle scelte di vita del padre – e l’enigmatica presenza di Pablo portano sconcerto e turbamento fra gli ospiti stagionali e i frequentatori abituali della casa di Ficogrande: Régine, una scrittrice anglo-canadese, Edoardo, un ex tossico e neoutopista al servizio di un nobile messinese, la giovanissima Penelope in fuga da un destino famigliare avverso, la cinica giornalista che è arrivata per un servizio sula casa di don Alfonso. Se da una parte l’instabilità di Omar scalfisce la consueta virile prosopopea del marinaio maestro di vita, dall’altra Pablo seduce tutti: restituisce a don Alfonso un’inedita immagine di sé, desta in Penelope un tenero e duraturo sentimento, fa eruttare dal fondo di Régine la lunga passione per un figlio morto, molti anni prima. Ciascuno reagisce secondo modalità proprie, ma quando Régine si suicida, don Alfonso resta solo con la lettera che il figlio gli ha consegnato all’arrivo e lui non ha mai letto: e su quella pagina breve apprende che Omar è malato di leucemia. Mentre lo tsunami del dicembre 2002 distrugge la casa di Ficogrande, don Alfonso raggiunge Omar a Barcellona. C’è tempo materiale per dichiarare chiuso il tempo del mare, delle assenze, della distanza, per rinsaldare un rapporto padre e figlio mai arrivato alla maturità? Ci sarà ancora Pablo o anche il suo tempo è finito?
Ascolta la presentazione di Peppe Lanzetta
L’esilio dei sessantottini nell’isola del vulcano nero
(in la Repubblica Napoli di martedì 16 maggio ’06)
È uscito Giugno Picasso, romanzo di Peppe Lanzetta, edizioni Feltrinelli, un’opera matura che prova ad affrontare gli attriti sempre attuali tra genitori e figli, facendo i conti con la mentalità dei luoghi e con gli universi simbolici ad essi sottostanti. Il libro disattende da subito le aspettative di quanti cercavano in Lanzetta un’evoluzione apocalittica dei suoi affreschi metropolitani, sebbene, nella sua scrittura, l’attenzione per le esistenze relegate ai margini continui ad imperversare violenta. In superficie, sulla spiaggia, il racconto si svolge nel confino di una pensione eolica, nell’isola di Stromboli, la cui distanza apparente con la vita reale evoca esperienze comunitarie tipo anni settanta. In profondità, negli abissi, si scopre che l’artificio narrativo di recludere i personaggi tra le acque vulcaniche diventa l’occasione per sviscerare drammi profondi e senza tempo. Nella lettura s’avverte un’intensa conoscenza dei luoghi, capace di raccogliere l’essenza antropologica di una cultura mediterranea fatta di pene, di corpi, di paesaggi e d’odori. Mentre a Stromboli, i lapilli di giugno illuminano i ricordi e le passioni convulse degli eroi lanzettiani, la voce narrante risuona da Portici, sotto la bocca di un altro cratere. È un vulcano che assolve e purifica, capace di riscaldare gli animi e il mare, capace di riportare alla coscienza mali già morti e sepolti.
L’isola mette a nudo le aspirazioni d’eterna giovinezza di una generazione navigata ma condannata all’esilio, mentre i più giovani camminano sull’acqua ostentando una potente leggerezza. L’eterna giovinezza si rinnova nel racconto degli anziani viaggiatori come Don Alfonso e Régine, sempre pronti ad evocare luoghi ed esperienze mitiche del loro passato, che poco hanno a che fare con lo scorrere inesorabile e distratto della vita normale. L’eterna giovinezza è celebrata nelle figure scultoree di Omar, figlio del Don, accompagnato da Pablo, l’amico confidente che, come dei, scendono dall’Olimpo per arginare impeti amorosi ed eccessi di rabbia, finendo per sciogliere, senza indugi, le mura cristalline di un gelo che irrigidisce proprio i rapporti naturali più veri.
Come in un film di Altman, i mille personaggi, che popolano le trame incrociate di Giugno Picasso, si rendono disponibili all’immaginazione del lettore, grazie alla accortezza descrittiva che il regista destina alla cura del set. Apre il romanzo, la morte naturale del Barone Condrò, è il notabile siciliano, vicino ai fascisti, nella cui memoria, gli eredi scoprono complicità occulte con la mafia, consumando l’odio che in vita, sapientemente, il vecchio aveva tenuto a bada. A contendersi il dolore restano la figlia Annabella, il cui animo nobile si annuncia appena dopo la morte del padre, e il fratello Luca che si riscopre brigante senza anima né coltello. Di fianco c’è l’ex-eroinomane Edoardo, figliastro, tardivamente adottato dal Barone, che strappa al destino e agli eredi la villa isolana, tesoro stregato, il cui incantesimo per essere infranto varrà la follia del suo possessore.
È la storia di una comunità degli affetti che si avvinghia su sé stessa intricando la matassa: così la scrittrice Régine che dispensa a Penelope (compagna presunta di Pablo) abbracci materni, proteggendola dalle verità che ella stessa nasconde; così la reporter Arianna, sbarcata sull’isola alla ricerca di segreti inenarrabili, mentre scopre la bellezza, si abbandona tra i pensieri di Omar e le mani del Don. Impastando dolori, desideri e passioni la tela che accoglie il quadro lanzettiano si riempie, fagocitando tutto nel colore, fino all’ultimo angolo. Ma il «carosello onirico di volti» non è mai del tutto manifesto e si avverte nei rimandi delle orecchie che ascoltano furtive, negli sguardi che spiano segreti, nei pensieri che immaginano risvolti eclatanti. Sono tutti gesti privi della necessaria verifica, ma fondati sull’inesauribile convinzione di aver maturato la verità con l’età e con l’esperienza.
Le tinte dei protagonisti sono forti e decise, attenuate soltanto dalla sbiadita inconsistenza dei «buoni solventi». Questa è l’espressione che Lanzetta utilizzata per connotare gli affezionati clienti della piccola pensione di Ficogrande, fedeli nel rinnovare, di anno in anno, il loro ritorno, sempre puntuali nel pagamento. Eppure, ad una più attenta lettura cromatica, i solventi assolvono all’inesauribile funzione narrativa di mitigare le tinte forti degli attori protagonisti, con l’indistinguibile soluzione delle comparse che, come solventi, ne diluiscono l’intensità, senza cambiarne la forma o alterarne la sostanza.
Nella circolarità del suo racconto, nelle esclamazioni universali dei suoi personaggi, nell’intensità dei caratteri isolani, Lanzetta ci mostra la sua voglia di esserci, di scagliarsi contro il destino, affrontando i fantasmi del suo e del nostro passato, senza mai cancellarli del tutto.
Lucio Iaccarino
"la Repubblica"
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ROMANZO Il caso «Giugno Picasso» del napoletano Peppe Lanzetta
La letteratura noir del bronx partenopeo
Il bronx napoletano è scomparso. E pure la lingua, impastata in quel gergo strano che sa di Taxi Driver e Natale in casa Cupiello, Charlie Parker e Tommy Riccio, s' è asciugata al sole di una storia consumata su un' isola lontana, dove nulla parla di polvere e asfalto, cemento e macchine. Rimangono soltanto le vite postdatate, cambiali consegnate al destino che si curerà di riscuoterle al momento opportuno. Casomai durante un' estate in cui tutto sembra sospeso e in cui tutto, invece, verrà portato a compimento. Perché è questo che racconta il nuovo romanzo di Peppe Lanzetta (Giugno Picasso, Feltrinelli, pp. 260, 14) ed è questo che spesso ci tocca: essere chiamati d' improvviso a far quadrare i conti del tempo che abbiamo speso. Senza un motivo plausibile, senza una connessione apparente, ma solo per un accidenti della sorte che innesca il meccanismo e non ti lascia scampo. Arrivando a scovarti ovunque, che tu sia al riparo di un' isola persa fra cielo e mare o all' ombra d' un palazzone di Scampia. Così, dopo gli aspri racconti ambientati nella periferia vesuviana, Lanzetta volta pagina e tenta la strada del romanzo a tutto tondo, una specie di prova «sperimentale» al rovescio nella quale accantona il linguaggio meticcio degli esordi, stacca la spina della presa diretta e, attraverso una struttura sostanzialmente tradizionale, punta a realizzare una prova narrativa che sia figlia d' una più solida maturità stilistica. Un gioco d' azzardo, non c' è che dire. Tanto più per uno scrittore che, a lungo, ha sovrapposto la sua immagine a quella d' una Napoli lacera, squassata, nascosta dietro le cartoline d' ordinanza, finendo poi prigioniero di un personaggio in stile Bukowski vesuviano. Eppure da questa scommessa Lanzetta esce largamente vincente, perché Giugno Picasso è senza dubbio un libro che, senza tradire le radici culturali e la prepotenza sentimentale del passato, permette all' autore di abbandonare le gabbie degli stereotipi in cui s' era rinchiuso dopo Incendiami la vita e di viaggiare sul filo d' una voce letteraria nuova, destinata (con una messa a fuoco ancora più precisa) a ritagliarsi un posto originale nel panorama dei narratori italiani. La storia contiene echi pasoliniani: Pablo, il ragazzo che avvia gli ingranaggi della trama, è ricalcato sull' Ospite protagonista di Teorema, il film che Pasolini presentò alla Mostra di Venezia nel ' 68 denunciando la cecità d' una borghesia che, rinchiusa nell' ipocrisia dei suoi vincoli familiari, era occupata soltanto a perpetuare se stessa. In Giugno Picasso non esiste più traccia di politica e l' accento viene spostato all' interno della famiglia. Don Alfonso, un marittimo a riposo, crede d' essere sfuggito ormai all' assedio della vita ritirandosi a Stromboli, dove affitta stanze a un piccolo e immutabile nucleo di villeggianti. Ma quel mondo a parte viene improvvisamente mandato in frantumi dall' arrivo di Omar, figlio dell' ex marinaio, e del suo amico Pablo, pittore d' origine spagnola. È lui «Giugno Picasso» ed è lui che, con il potere seduttivo della giovinezza, scardinerà le fragili certezze con cui gli ospiti della «casa di Ficogrande» tenevano in piedi le loro esistenze. E li costringerà a guardare negli occhi i fantasmi che, fino a quel momento, avevano tenuto sotto chiave dentro i ripostigli della memoria.
D' Errico Enzo
(21 luglio 2006) - Corriere della Sera
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Il nuovo Lanzetta è pacato
A oltre sei anni di distanza da Tropico di Napoli, Peppe Lanzetta torna in libreria con Giugno Picasso (Feltrinelli, pp. 260, euro 14). Fin dalle prime pagine, è forte la sensazione di trovarsi di fronte a un momento di svolta nell’opera del cantore del «Bronx» napoletano: il tono di questo nuovo romanzo è pacato, la prosa è luminosa, fresca, riposata.
Giugno Picasso è la storia dell’ultima estate trascorsa da Don Alfonso a Stromboli, dove si è ritirato da tempo a lavorare come fittacamere dopo un passato turbolento da marinaio. La casa di Ficogrande è un piccolo universo a sé, in cui la vita scorre tranquilla, sorvegliata dal vulcano e dal mare, protetta dalle ingerenze del mondo esterno. Ma l’immobilità verghiana in cui giace l’isola verrà ben presto sconvolta dall’arrivo di due «semidèi, portatori di bellezza e giovinezza». Si tratta di Omar, figlio di Don Alfonso, e di Pablo, pittore spagnolo e suo misterioso amico. È proprio quest’ultimo – poi ribattezzato Giugno Picasso – a sedurre silenziosamente tutti gli ospiti di Ficogrande e a farli precipitare in una crisi che segnerà le loro vite: Don Alfonso scoprirà la malattia di suo figlio, Régine si suiciderà per i troppi sensi di colpa rimossi, Annabella verrà uccisa per la sua sete di giustizia, Edoardo sarà tradito dai «poveri» che ha tentato inutilmente di salvare.
Intenso affresco lirico ed esistenziale, dall’architettura precisa,Giugno Picasso è un romanzo pieno di sorprese. Lanzetta, che inizialmente sembra farsi irretire dal fascino dei suoi personaggi, si rivela invece sapiente manipolatore delle loro vicende. Molti hanno sottolineato le assonanze tra questo romanzo e Teorema di Pasolini. In realtà, Giugno Picasso non ha l’inquietudine sarcastica e antiborghese di Pasolini: Pablo non è un «angelo sterminatore», ma piuttosto uno specchio, attraverso cui gli altri personaggi ritrovano le passioni sopite, i luoghi oscuri della memoria e i «mostri» del passato.
La presenza costante del mare impone invece di pensare a Hemingway e Melville, ma anche all’Isola di Arturo della Morante. È il mare il vero protagonista di Giugno Picasso: il mare placido che veglia sull’isola, ma anche il mare nemico, come Lanzetta ha appreso dalla lezione di Rossellini. L’onda anomala che si abbatte su Stromboli, generata da un pezzo della stessa montagna staccatosi e precipitato in mare, è metafora del destino di Don Alfonso, travolto dagli eventi che lui stesso ha contribuito a creare. E infatti, nell’ultima parte del romanzo apprendiamo che il protagonista – novello Ulisse – ha finalmente ritrovato la sua paternità. Ma è una paternità dolorosa, guadagnata solo nel vegliare sul figlio irrimediabilmente malato.
Opera elaborata e matura, Giugno Picasso segna una tappa importante nella produzione di Lanzetta. Il narratore del sottoproletariato napoletano vuole ora meditare sulla vita, costruire una lirica nuova. E ci regala un romanzo sull’innocenza perduta.
Angelo Petrella








