"INFERNAPOLI" - Garzanti Ed. (2011)

Narratori Moderni« pagine 264 - 16,60 euro
IN LIBRERIA: 12 MAGGIO 2011
«Tutto è cominciato perché, quando è uscito Gomorra, Roberto Saviano mi ha mandato una copia del suo libro con una dedica un po’ impegnativa: “A Peppe Lanzetta che per primo ha messo viso e mani all’inferno”. Ma come si fa a parlare dell’inferno quando poi ci vivi dentro, lo mastichi, lo digerisci, lo inghiotti, lo respiri?»
Vincent Profumo è uno dei boss più feroci e potenti della camorra. È ricco, temuto e rispettato. Appassionato di musica lirica e devoto a padre Pio, è circondato da quattro donne: la moglie e le figlie MariaSole, MariaLuna e MariaStella, così battezzate in omaggio a Maria Callas. Tutto bene, sanguinariamente bene, finché Vincent non si ritrova alle prese con il Cinese e la nuova mafia che arriva da Oriente. InferNapoliracconta l'epopea di un «malamente» cinico e passionale, un cattivo che sembra uscito da una pulp fiction in salsa napoletana. Peppe Lanzetta irrompe nell'intimità del boss, nelle sue paure, nei suoi ragionamenti, nelle sue reazioni istintive, nel suo corpo appesantito. Di lui non ci nasconde nulla: né la ferocia e le debolezze, né la simpatia e la distorta umanità. Attraverso i sentimenti e le emozioni di Vincent, con la musica delle sue parole, con il ritmo di un film d'azione, InferNapoli ci fa sprofondare nel fango e nell'inferno del cuore nero d'Italia, con tutta la sua disperata vitalità.
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RASSEGNA STAMPA
Se il boss ama la lirica
di Angelo Petrella
Il precedente volumetto dei Racconti disperati, uscito alla fine dell'anno scorso per i tipi della Pironti, lasciava intendere che Peppe Lanzetta avesse ripreso la sua vena grottesca e lacerata, realistica e slabbrata che lo ha reso celebre fin da tempi del suo esordio. In effetti Lanzetta ha il grande merito di aver traghettato nella letteratura di fine Novecento una serie di suggestioni e un immaginario che appartenevano principalmente al teatro napoletano degli anni Settanta e Ottanta: per la precisione, quello di Annibale Ruccello, Giuseppe Patroni Griffi e per qualche verso di Roberto De Simone. Usurai e guappi di cartone, politici e malviventi, «femminielli» e adolescenti problematici: i personaggi che animano il bronx lanzettiano sono tutti intimamente perduti, carnali e immersi appieno nei cambiamenti di una metropoli che ha perso i valori della tradizione ma non ha saputo afferrare la modernità, rimanendo sospesa in un limbo che unisce la sfogliatella ai Dire Straits, il miracolo di San Gennaro a Scarface, i matrimoni in salsa neomelodica ai film di Abel Ferrara. Nel nuovo InferNapoli (Garzanti, pagg. 265), il protagonista è un boss della camorra infatuato della musica lirica eppure devotissimo di Padre Pio. Rinchiuso nel suo attico sul lungomare di Mergellina, Vincent Profumo - questo il nome del boss, con un omaggio a un celebre personaggio di Quentin Tarantino - è uno degli uomini più temuti della città, intento a fronteggiare la minaccia della mafia cinese che vorrebbe mettere le mani su Napoli. Ma la battaglia del boss non è solo quella contro i nemici esterni: le ossessioni, i rimpianti, i sensi di colpa per la sorte sbandata toccata alla sua famiglia sembrano ferire Vincent più di qualsiasi altra cosa. E il suo destino tragico sarà segnato dalla contraddizione tra la sconfitta interiore e l'atteggiamento baldanzoso che dovrà mantenere intatto fino alla morte. InferNapoli è un romanzo complesso, ricco di citazioni e sottotesti. Non è un ennesimo noir ambientato nelle terre di Gomorra: Lanzetta, piuttosto, aspira a fondere in un personaggio esemplare e postmoderno tutti i temi a lui cari, che gli hanno fatto amare e odiare Napoli allo stesso tempo. . Ecco la rocambolesca fine di Johnny Tarallo, macchiatosi di tradimento, che verrà ucciso nella sua vasca da bagno riempita per l'occasione di taralli con sugna e pepe. Ecco infine MariaLuna, figlia tredicenne di Vincent Profumo, che aspira invano a cambiare vita ma che verrà schiacciata dal peso e dal fetore di un sistema malato: fetore che impregna i panni di suo padre e che non bastano a scacciarlo via i litri di Vetiver che il boss usa spruzzarsi addosso. Il ritmo del romanzo dosa i personaggi in maniera sapiente, alternando il gusto per il grottesco e l'irriverenza al tragico che domina la vicenda. Ed è forse questo l'aspetto più fresco e convincente della narrativa lanzettiana: la capacità di raccontare utilizzando qualunque registro, di sondare con lo slang e il dialetto sia gli aspetti cupi che quelli assolutamente comici dell'universo napoletano. Per rendersene conto basta aprire una pagina a caso: "Senti, Johnny... Ma 'stu poeta d'o cazzo che va scrivendo? Se ne è uscito con un altro articolo sulla Campania felix, ha scritto che i camorristi di una volta erano migliori di oggi... Ma se 'o facesse sparà?"
Da "Il Mattino" - 24/07/2010
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Si sente la puzza, l’odio, il sangue e il sesso dei boss di camorra nell’ultimo romanzo di Peppe Lanzetta, InferNapoli (Garzanti, 2011). Capo di uno dei clan più efferati, Vincent Profumo è allo stesso tempo il lato oscuro della città, quella che vorremmo evitare e il lato chiaro per i suoi affari criminali alla luce del sole. Vincent Profumo è in mezzo a noi e incarna Napoli, la città postmoderna, la grande metropoli del Mediterraneo. È quindi boss bipolare che alterna euforia a depressione. Euforico «come se si fosse tirato tutta la cocaina di Napoli», afflitto fino a far sparare sul cromosoma 17, quello da cui scaturisce la depressione. Le sue vittime sono tutte le degenerazioni urbane messe insieme, prostitute che offendono la sua virilità, persone che gli mancano di rispetto, preti che giocano a far violenza su adolescenti, figlie suicide per la vergogna di sentirsi camorriste, affiliati traditori e collaboratori di giustizia, amanti contro la volontà del boss, vittime sacrificali colpevoli solo di parentela al clan, cinesi in guerra per il controllo della stessa strada, persone innocenti saltate in aria durante un attentato. A nulla valgono le continue docce, i continui cambi di abito, la cura dei fiori che addobbano il suo bunker, la puzza di camorra resta appiccicata addosso a Vincent Profumo che non riesce a espiare i suoi peccati, nonostante il diario del piccolo boss e i continui pellegrinaggi a Pietralcina dal suo santo protettore.
Vincent è la città perfetta, la sua vocazione a sublimare la perfezione si esplicita nella passione del boss per la Callas, di cui conosce vita morte e miracoli canori. La passione del boss per l’opera lirica è il tentativo di manifestare la sua superiorità culturale verso i picciotti oltre che la possibilità di confrontarsi con mondi distanti dalla violenza urbana. I soprannomi dei suoi affiliati sono Parsifal, Rigoletto, Falstaff, Figaro ma lo spettacolo perfetto dura giusto il tempo del primo atto, poi alla finta calma subentra la tragedia, la morte, la tortura e la sofferenza straziante. È un Lanzetta ancora più capace di farci vedere e sentire il contesto, le sue trame sono più profonde, i suoi elenchi di aggettivi e definizioni sono più taglienti. Persino le scene di sesso, consuete nel racconto lanzettiano, assumono toni analitici. Vincent è la città dei tradimenti, quelli affettivi e quelli di sangue, che spingono la sua primogenita MariaSole a innamorarsi proprio del figlio del boss del clan avverso che, fin dal nome, ci porta indietro agli assalti di Donnarumma al lá Ottieri. Ma la Giulietta lanzettiana dura anch’essa soltanto il primo atto, giusto il tempo di essere tradita, il suo amore sarà calpestato da un Romeo divenuto presto il peggiore dei mostri possibili, abusando della passione genuina della sua unica amante. Di Vincent Profumo si sente lo scuorno provato dalla sua ultimogenita che svela nel compito in classe tutta la sua amarezza di vivere in un mondo orrendo, con un padre camorrista che la fa sentire inadeguata, indegna dinanzi alle sfide della crescita. Le pagine del romanzo scorrono veloci intervallate dal corsivo dello scrittore che analizza in modo lucido e aggiornato i mali endemici della città ma senza mai abbandonare i suoni e le parole del poeta.
Ricchissimo di citazioni, implicite ed esplicite, cominciando dal «giornalistapoeta», lo stesso Saviano che ha firmato la fascetta gialla intorno al libro, presenza irritante che sfida le mafie, fino a suscitare la rabbia del boss quando contesta «Ti sei dimenticato quando ha scritto che noi siamo delle zoccole, dei topi grandi così?». Addirittura la trasposizione della pipì più famosa nella storia della letteratura italiana, questa volta non viene riversata nella vasca sequestrata al boss, ma sul corpo dilaniato del capo dei cinesi, mentre tutti gli altri capi di camorra applaudono dopo aver materialmente cannibalizzato le interiora della vittima. Omaggio all’imbalsamatore di Garrone, mentre il rito cannibale consente ai commensali di rubare la forza del clan avverso sbranando come lupi quello che resta del suo piccolo corpo «giallo». Ci sono le zone grigiefofiane nei dialoghi che Vincent intrattiene con don Mario, ignaro per scelta delle attività illecite del suo più caro amico, partner geniale, almeno fino a quando si parla di esecuzioni liriche e di grandi maestri.
Da Gomorra a InferNapoli, con tutta la vasta riflessione che ci sta in mezzo, Rea, Petrella, Di Luzio, Durante (e i tanti altri), questo romanzo chiude inesorabilmente un lungo ciclo, quello che ha visto Napoli protagonista assoluta di violenza urbana mentre i personaggi erano rimpiccioliti fino al ruolo di comparse. InferNapoli è la fine di un’era che sublima nel romanzo l’immaginario criminale napoletano così come Saviano era riuscito a ibridare nel reportage romanzato tutti i mali della Campania infelix. Ha il sapore del gran finale, estremo e delirante, difficile immaginare un altro racconto capace di andare oltre. E a parte la colta giallistica di De Giovanni, è forse tempo di raccontare un’altra Napoli, investendo nell’immaginazione dei suoi personaggi come fa Montesano o piuttosto provando a scoprire, come vorrebbe Antonella Cilento, gli anfratti borghesi della città, complici del suo essere speciale ma artefici della sua normalità.
Su "La Repubblica" 10.07.2011
Lucio Iaccarino
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Cinque anni da Giugno Picasso, e col solo intermezzo di una collezione di brevissimi Racconti disperati, Peppe Lanzetta torna al romanzo. Con un titolo (scelta dell'editore? direi proprio di sì) che sembra riallacciarsi alla prima e più fortunata stagione del narratore napoletano, sotto l'insegna esistenzialistico-pulp rispetto alla quale proprio Giugno Picasso aveva clamorosamente svoltato, con risultati che nel 2006, in questa stessa rubrica, avevo giudicato molto promettenti. Evidentemente, però, a un autore di successo non si concede a cuor leggero di battere strade altre ri¬spetto alle sue solite: si rischia di confondere i lettori, e di vender meno. il «silenzio» relativamente prolungato di Lanzetta narratore dipende in primo luogo da questo: dallo sconcerto da lui stesso indotto nella redazione della sua precedente casa editrice, e dalla necessità di trovare un nuovo gruppo di lavoro,ha capito il problema e credo abbia trovato una soluzione equanime.
Comunque sia, il Lanzetta di questo Infernapoli, titolo che ne può richiamare, anche nel sound, altri suoi baciati da vasta fortuna (Figli di un Bronx minore, Un Mes¬sico napoletano, Una vita postdatata ... ), resta un Lanzetta diverso. Che torna, è vero, agli ambienti frequentati nella prima fase della sua carriera, ma con una più compiuta consapevolezza del romanzesco, con un libro meno rapsodico e frammentario, con un progetto coerente che è poi, per dirla in due parole, nient'altro che la storia di un boss di camorra.
Vincent Profumo, il boss vicino ai cinquant'anni d'età il cui nome contiene un omaggio al Vincent Vega-Iohn Travolta di Pulp Fiction, è un personaggio dai molti tratti memorabili. Per dire, è un fa¬natico del Vetiver di Guerlain e «anche quando friggeva una cotoletta o si preparava le alici in tortiera, in cucina si sentiva quell'odore di Vetiver che si mischiava col frit¬to' coll'aglio, col sugo, con l'odore del rosmarino o dell'origano».
Vincent è volgare e «pacchiano» in tutto, dall'amore per i tessuti tigrati e leopardati, alla stessa com-plessione fisica (<<alto e panzuto»); ma ha delle predilizioni decisamente fuori schema. Se infatti, da un lato, conserva la collezione completa dei dischi di Franco Cali¬fano, dall'altro, il suo vero e defini¬tivo idolo (quello artistico, perché poi ce n'è anche uno religioso, che è Padre Pio) è di tutt'altra pasta: è Maria Callas, la cui voce lo manda in visibilio. Questo è il motivo per cui le sue tre figlie si chiamano tut¬t'e tre Maria: MariaSole, MariaStella e MariaLuna.
Queste poche cose che vi enumero un po' a casaccio, e molte altre che non ho la spazio di menzionare, determinano una ottima partenza. Abbiamo il personaggio, è forte, sembra già quasi un film. il resto verrà da sé o quasi. E infatti il resto arriva abbondante, nei modi di una guerra senza quartiere con la nuova mafia cinese. Sarà un' epopea di inaudita ferocia nella quale verrà coinvolta l'intera famiglia di Vincent.
Ma Lanzetta avrà cura di raccontarla tenendo un occhio sempre ben aperto sulla dimensione privata, umana, emotiva dei suoi personaggi. Sarà questo, via via, a staccarli dalla prigione bidimensionale del fumetto, e a imprimere alla storia un movimento d'inattesa drammaticità: un progressivo slittamento dal grottesco al patetico al tragico.
Toni tra i quali, come c'insegna l'esperienza quotidiana, a volte può risultare difficile distinguere, a Napoli.
Ed ecco: nell'arte di smarrire ancora di più in questo nostro scombiccherato labirinto sentimentale, così iperbolico e così crudemente reale, Lanzetta torna a dimostrarsi autentico maestro.
Da "Corriere del Mezzogiorno" 21.05.2011
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IL BOSS VENUTO DAL PULP
«A Peppe Lanzetta, che per primo ha messo mani e viso all'inferno». Quando l'attore, scrittore e sceneggiatore napoletano ha ricevuto questa dedica da Saviano sulla copia di Gomorra ha iniziato a pensare a un romanzo-epopea sull'obeso camorrista Vincent Profumo, figura credibilissima che sembra «la caricatura di un boss dei telefilm americani di quarta serie». Un libro costruito su cambi di ritmo e dialoghi che deve molto alle atmosfere dei film sulla mafia di Scorsese e al pulp di Tarantino. Profumo èdepresso, i soldi e il potere non gli bastano. Spesso si ritrova a piangere ascoltando Maria Callas: in suo onore ha chiamato le figlie MariaSole, MariaStelia e MariaLuna. Boss ipocondriaco, paranoico, semi-impotente, fissato con le scarpe, i deodoranti e i tessuti leopardati, una volta al mese va a Pietrelcina a pregare Padre Pio. La trascurata moglie Felicita, se possibilepiù pacchiana di lui, ha bisogno di calore e quando la situazione in famiglia precipita e le figlie si mettono nei guai si consola tra braccia muscolose di un giovane operaio. Nel frattempo la nuova mafia cinese rompe gli equilibri e scatena un bagno di sangue. Guai "professionali", famiglia allo sfaSCIO: Profumo non ce la fa più e per poco un ictus non se lo porta via. Alla fine a restare è la tragica follia di un uomo solo, raccontata da uno scrittore vero.
Antonio Prudenzano
"D" Supplemento de "La Repubblica"
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