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"Il mondo è quello degli occhi che lo vedono, delle orecchie che lo sentono e delle mani che lo suonano"

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L' ultima sigaretta di Jeff 48

Jeff 48 accese l' ultima sigaretta un minuto prima che scattasse il divieto di fumo in un bar bordello che aveva una vista mozzafiato sul golfo più tormentato del mondo, guardò la sua chitarra Gibson Les Paul, il poster di Carlos Gardel attaccato malamente alla parete insieme a un Vesuvius di Andy Warhol e capì che era finita un' epoca. O meglio che altri avevano deciso che finisse quell' epoca. Davanti a lui c' erano non proprio giorni lieti. Decisamente aveva visto giorni migliori. Parlava di Eric Clapton e delle pere di Chet Baker, parlava di Lou Reed, dei Velvet Underground, della sacerdotessa Nico ma ciò che ora aveva davanti agli occhi era la domenica pomeriggio televisiva italiana, quanto di più deprimente ci potesse essere. Da Mino Reitano a Pupo, dai cantanti napoletani con tanto di anello sull' indice alle guapperie di cui non se ne poteva più, nemmeno i guappi le volevano sentire più. Aveva un' anima rock Jeff 48 ma il paese nel quale viveva era un paese che invecchiava male, un paese fatto di Tavor e di gente che s' ammazzava, di padri e madri che ridevano quasi niente e affollavano le platee dei comici che non avrebbero mai saputo di Groucho Marx, di John Belushi o Lenny Bruce. Sapeva di vivere in un paese triste, dove l' arroganza era diventata una specie di passepartout, dove se non avevi l' amico che conosceva l' amico del funzionario della banca che aveva un' intesa con la banca online costruita attorno a te eri fottuto, ma intanto attorno a te di costruito non c' era niente. solo muri di omertà e di stupida indifferenza, dove per sentirti qualcuno dovevi pregare Iddio di andare in quarantena su un' isola a fare la fame mostrando il tuo lato primitivo, tu Robinson Crusoe di te stesso ma senza un Venerdì che ti potesse capire. Dove la televisione dava il ritmo, il tempo come tu fossi una beguine, un samba, uno cha cha cha, dove i Reali che avevano saccheggiato il nostro Sud tornavano come vincitori e non come predatori, con la faccia tosta, liftata, impomatata e tu come le stelle di Cronin stavi a guardare. Dove tutti scrivevano libri, dalle ragazze che si facevano violentare dallo zio pedofilo alle contesse che non sapevano più come occupare il tempo afflitte da menopause ingombranti, per alcune devastanti, tristi accompagnatrici di pomeriggi per povere casalinghe che invece avevano il fuoco nelle vene e se lo dovevano reprimere. Jeff 48 non amava più questo paese dove adesso non si poteva fumare, dove ti dovevi nascondere come fossi un appestato, un untore, un bestemmiatore. La gustò fino in fondo quella Camel morbida rigorosamente di tabaccaio e bagnandosi le labbra con un po' di cognac realizzò che gli stavano fottendo anche il gusto. La mattina veniva svegliato dai telegiornali che sembravano bollettini di guerra, lo tempestavano con aumenti a raffica, i soldi intanto scarseggiavano, per comprare dei finocchi dovevi fare un leasing in una banca dove dovevi avere quel famoso amico che era amico del funzionario che aveva l' intesa con la banca online costruita attorno a te... ma attorno a te c' erano spari, eppure la canzone di Vasco diceva che gli spari erano sopra e non attorno, ma noi che ce l' avevamo attorno non potevamo fare altro che comprarci un giubbino antiproiettile da indossare insieme alla cintura quando salivamo in macchina o insieme al casco sulla vespa, al giubbetto arancione obbligatorio e uscire di casa sperando di ritornarci la sera, sempre che un gruppo o branco di ragazzi infastiditi dal nostro clacson non decidesse di calpestarci davanti a nostra figlia di 12 anni, ma l' importante era non fumare nei bar, partire per l' Iraq, investire in spese militari, diffondere i libri di Bruno Vespa, avere Teo Mammuccari in televisione insieme alle Lecciso (chi erano costoro?, avrebbe chiesto Manzoni) ai film di Lando Buzzanca tormentato dall' avere un figlio gay e non il figlio gay di Buzzanca angosciato per avere un padre simpatizzante di Ignazio La Russa o di un partito che ti dava l' opportunità di lavorare in televisione, guarda caso. Jeff 48 avrebbe voluto perdersi nei bistrot parigini, sedere tra Juliette Greco e l' ispettore Maigret, fatto di pipa a più non posso e che nonostante il tanto tabacco inalato alla fine riusciva sempre a scoprire l' assassino. E che non moriva mai di tumore. Jeff lo sapeva che i divieti facevano male, che i mali erano altri, che gli appartamenti blindati delle metropoli nascondevano gente piena di paura, tic, nevrosi, angosce, disperazione, che non si comunicava più, non si parlava più, non si amava più, ti avevano inoculato il virus del terrore di ammalarti di questo o di quello, prima di dare un bacio a una ragazza bella come il sole dovevi chiederle il certificato di sana e robusta costituzione, tre tac, una risonanza magnetica e il dna. Sapeva che la vita era altra, era altrove, aveva un altro sapore, un altro colore, che le sue Camel morbide gli facevano compagnia nelle sere d' estate quando il mare lisciava la sua pelle dorata e sui suoi pori riecheggiavano ancora le note di Jumpin' jack flash. Jeff 48 aveva capito che il suo paese stava diventando sempre più una trappola per topi, un imbuto, un vicolo cieco, un posto al sole spento, un paese di facciata, di vorrei ma non posso, mi saluti la signora, si ricordi di votare quella persona che le ho detto che è amico del funzionario di quella banca online costruita attorno a te. Aveva tanta voglia di amare il mondo Jeff 48, ma nessuno poteva criminalizzare la sua Camel di tabaccaio. Se la gustò come si gusta l' ultimo giorno prima di the day after, prima di una sciagura di un amore passionale che ti sconvolge la vita, prima di un funerale di un amico, prima che qualcuno ti rubi la tua Gibson les Paul, prima di sapere che per il tuo bene qualcuno decide per te cosa è giusto fare o non fare, a che ora lo puoi fare, all' alba, da solo, al tramonto, con sei preservativi, tre puttane, due trans, dietro un cimitero o davanti alla folla ben vestita pronta per un matrimonio. «Ma io non ci sto più, gridò lo sposo e poi... tutti pensarono dietro ai cappelli lo sposo è impazzito oppure ha bevuto, ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa, non è così che se ne andrà...». Chissà perché i poeti certe cose le intuiscono prima.

PEPPE LANZETTA La Repubblica — 12 gennaio 2005