"L'ITALIA DI MARTONE E GABER"

Penso ad una canzone di Giorgio Gaber, "lo non mi sento italiano", subito dopo aver visto l'epico film di Mario Martone "Noi credevamo".
Penso alla sciatteria del nostro Paese, quello che volevamo essere e quello che invece siamo diventati.
Scritto con Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore di razza, con questo lungo film Martone si riprende impetuosamente il ruolo che gli spetta nel panorama cinematografico italiano. Sicuramente il migliore dei nostri registi negli anni Novanta, dopo una lunga pausa si presenta con un contributo eccellente che spara fuochi su quella che doveva essere l'Unità d'Italia, sul saccheggio perpetrato dai Sabaudi ai danni delle casse Borboniche, sul popolo, sulle migliori menti, quindi sulla cultura in nome della quale ancora oggi i nostri governanti leghisti e filo si riempiono la bocca.
Divisi allora e divisi oggi: sembra questo il dato inquietante che esce dal film, un'Unità di Italia di fatto mai avvenuta nonostante tutto quello che la storia ci ha voluto raccontare.
Racconta un pezzo di storia che dal 1830 arriva al 1860 attraverso le vicende di tre giovani del Cilento che si iscrivono alla Giovine Italia e ci presenta alcune insurrezioni di cui forse la Storia aveva voluto non parlare: due attentati falliti a Napoleone terzo e Carlo Alberto.
L'onestà intellettuale di Carlo Poerio e il trasformismo di Francesco Crispi, una sorta di complicità tra certi garibaldini e briganti che dovreb be far riflettere su una cosa: anche Garibaldi, può piacere o meno, dovette in qualche modo ricorrere all'aiuto dei camorristi dell' epoca.
E questa la dice lunga. Specialmente se si pensa ad Angelo Vassallo, sindaco eroe di Acciaroli che forse ingenuamente e allo stesso tempo coraggiosamente urla con la sua morte la rabbia di un Sud che invece non ne può più.
Ideali finiti nei sacchetti della spazzatura, nella corruzione più pacchiana, nelle telenovelas di chi ci dovrebbe rappresentare e invece ci sparge addosso-fango come se non bastasse quello che la natura, scrigno prezioso e silente nei secoli, adesso ci sta vomitando addosso e forse è nelle sciagure che il Nord e il Sud saranno uniti. Voglio bene a Martone e credo che il nostro cinema, il nostro teatro abbia bisogno di più persone come lui. Ha regalato un' opera coraggiosa, in contro-tendenza con il cinema che ci propina il nostro mercato, ossessionato solo dal box office. Va tutto bene, va tutto male. Magari un giorno mostreranno quest'opera ai ragazzi delle scuole in una sorta di cineforum appassionato per spiegare con le immagini ai giovani studenti chi eravamo, cosa volevamo essere, cosa invece siamo diventati. Per far appassionare alla storia al di là di date, nomi, eroi, armistizi, quadrilateri offerti ora come ora in modo arcaico e assolutamente fuori luogo.
Nel segno del grande cinema civile, da Pasolini a Rosi, da Maselli a Pontecorvo fino a Marco Tullio Giordano "Noi credevamo" si incasella tra le opere più importanti e ci restituisce il grande talento, la raffinatezza e il rigore storico e filologico di unregìstaìn un panorama di divi, finti divi, tappeti rossi, escort, nani cazzutì e quant' altro che offendono chihafatto e tala propria bandiera.
Penso alla sciatteria del nostro Paese, quello che volevamo essere e quello che invece siamo diventati.
Scritto con Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore di razza, con questo lungo film Martone si riprende impetuosamente il ruolo che gli spetta nel panorama cinematografico italiano. Sicuramente il migliore dei nostri registi negli anni Novanta, dopo una lunga pausa si presenta con un contributo eccellente che spara fuochi su quella che doveva essere l'Unità d'Italia, sul saccheggio perpetrato dai Sabaudi ai danni delle casse Borboniche, sul popolo, sulle migliori menti, quindi sulla cultura in nome della quale ancora oggi i nostri governanti leghisti e filo si riempiono la bocca.
Divisi allora e divisi oggi: sembra questo il dato inquietante che esce dal film, un'Unità di Italia di fatto mai avvenuta nonostante tutto quello che la storia ci ha voluto raccontare.
Racconta un pezzo di storia che dal 1830 arriva al 1860 attraverso le vicende di tre giovani del Cilento che si iscrivono alla Giovine Italia e ci presenta alcune insurrezioni di cui forse la Storia aveva voluto non parlare: due attentati falliti a Napoleone terzo e Carlo Alberto.
L'onestà intellettuale di Carlo Poerio e il trasformismo di Francesco Crispi, una sorta di complicità tra certi garibaldini e briganti che dovreb be far riflettere su una cosa: anche Garibaldi, può piacere o meno, dovette in qualche modo ricorrere all'aiuto dei camorristi dell' epoca.
E questa la dice lunga. Specialmente se si pensa ad Angelo Vassallo, sindaco eroe di Acciaroli che forse ingenuamente e allo stesso tempo coraggiosamente urla con la sua morte la rabbia di un Sud che invece non ne può più.
Ideali finiti nei sacchetti della spazzatura, nella corruzione più pacchiana, nelle telenovelas di chi ci dovrebbe rappresentare e invece ci sparge addosso-fango come se non bastasse quello che la natura, scrigno prezioso e silente nei secoli, adesso ci sta vomitando addosso e forse è nelle sciagure che il Nord e il Sud saranno uniti. Voglio bene a Martone e credo che il nostro cinema, il nostro teatro abbia bisogno di più persone come lui. Ha regalato un' opera coraggiosa, in contro-tendenza con il cinema che ci propina il nostro mercato, ossessionato solo dal box office. Va tutto bene, va tutto male. Magari un giorno mostreranno quest'opera ai ragazzi delle scuole in una sorta di cineforum appassionato per spiegare con le immagini ai giovani studenti chi eravamo, cosa volevamo essere, cosa invece siamo diventati. Per far appassionare alla storia al di là di date, nomi, eroi, armistizi, quadrilateri offerti ora come ora in modo arcaico e assolutamente fuori luogo.
Nel segno del grande cinema civile, da Pasolini a Rosi, da Maselli a Pontecorvo fino a Marco Tullio Giordano "Noi credevamo" si incasella tra le opere più importanti e ci restituisce il grande talento, la raffinatezza e il rigore storico e filologico di unregìstaìn un panorama di divi, finti divi, tappeti rossi, escort, nani cazzutì e quant' altro che offendono chihafatto e tala propria bandiera.
PEPPE LANZETTA
16.11.2010








