Benvenuti

"Il mondo è quello degli occhi che lo vedono, delle orecchie che lo sentono e delle mani che lo suonano"

Benvenuti nel sito ufficiale di Peppe Lanzetta.

Intervista d'annata:La ragazza dai capelli rossi che camminava alla Doganella

Intervista a Peppe Lanzetta

 

LA RAGAZZA DAI CAPELLI ROSSI

CHE

CAMMINAVA
ALLA DOGANELLA


di Antonio V
astarelli

Rubata dalla Napoli dei ghetti, una folla di mostri s’avanza

come un nuovo terzo stato. Sono l’anima nera della Storia,
le controfigure degli eroi alti, belli e biondi. Ma almeno conservano
una loro dignità. Il diritto di restare zitti o incazzarsi.
Lasciateli in pace. I personaggi di Lanzetta
non vogliono diventare famosi.

 

Ha il solito cappellino poggiato sulle ciglia, ma lo toglie subito mostrando la pelata. In mano la traduzione in tedesco di “Messico napoletanoâ€. “Era già stato tradotto nel 1999 in Austria e Germania - gongola davanti ad un caffè - ora esce in edizione economica. La prima traduzione fu quella di ‘Incendiami la vita’, nel 1998, in portoghese per il mercato brasilianoâ€. Con il suo ultimo libro “Tropico di Napoli†è tornato a parlare della sua città, dopo la storia d’amore autobiografica narrata nel precedente “Un amore a termineâ€. Peppe Lanzetta parla dei libri come fossero persone e di se stesso come fosse un personaggio dei suoi racconti. Impossibile dividere la vita dalle opere che sembrano rivivere nelle sue rughe, nel solco delle cicatrici, nella disarmante naturalezza con cui racconta un dramma.

“Iniziai a scrivere grazie ad una fascinazione che subii leggendo ‘Ultima fermata a Brooklyn’ di Hubert Selby jr. In quel libro c’era un’umanità che ricordava quella che vedevo ogni giorno sotto i miei occhi senza sapere che si potesse anche raccontare. Quando l’ho vista descritta in quel libro, ambientato a New York, nei bar, nei quartieri malfamati, ho scritto di getto il mio primo racconto ‘Je vous salue, Rosaria’ (poi pubblicato in ‘Una vita postdatata’, ndr). In quel periodo lavoravo con Santoro a Samarcanda e il periodico La Voce della Campania mi aveva chiesto di collaborare con la rivista. Quel racconto fu la prima cosa che pubblicai. Ci fu un consenso tale che rimasi stupito e decisi di fare sul serio. Da quel momento è stato come aprire un rubinetto. Avevo accumulato tante di quelle cose, dentro...â€

In “Una vita postdatata†e “Figli di un Bronx minore†ha descritto tutta una serie di “mostri†metropolitani. Non protagonisti stravaganti, eppure laceranti. Non ha mai temuto che al classico sole pizza e mandolino si potesse sostituire il cliché sesso droga e disperazione?

“Questo rischio era inevitabile. Ma l’ho capito solo dopo un po’ di tempo. Prima non ci pensavo nemmeno. Poi mi sono accorto che cercavano di chiudermi in una nicchia di periferia - e all’inizio mi stava pure bene - e mi chiamavano solo per commentare il fatto di cronaca nera. Per questo penso che ‘Un amore a termine’, un libro che non è stato apprezzato come mi sarebbe piaciuto, è stato una liberazione, una storia d’amore che mi ha fatto volare a Parigi, in giro per l’Italiaâ€.

A proposito di vecchia Napoli, i tuoi personaggi sono in qualche modo imparentati con quelli di Eduardo e Marotta, o seguono una tradizione diversa, più sotterranea?

“Da qualche tempo sono tornato a leggere gli autori napoletani: Domenico Rea, Nicola Pugliese che racconta una Napoli straordinaria in cui piove sempre, Giuseppe Patroni Griffi di ‘Scende giù per Toledo’. I travestiti che descrivo in ‘Tropico di Napoli’ sono un omaggio proprio ai ‘femminelli’ di Patroni Griffi. E tutto il libro è un omaggio alla città vecchia, alla città porosa. Oppure penso a Raffaele Viviani, che rappresenta i mille colori e odori del popolo, basando la sua scrittura su una musicalità di fondo. E ancora, Luigi Incoronato, praticamente sconosciuto al grande pubblico, che ha scritto un libro, ‘Scala a San Potito’, che sembra una canzone di De André. L’unica cosa che non mi piace di lui è che è morto suicida... non mi piace per me, ovviamenteâ€.

Come “ruba†i personaggi dalla realtà?

“In maniera casuale. Un giorno, ad esempio, vidi una ragazza dai capelli rossi che camminava alla Doganella e scrissi una cosa su una dai capelli rossi... quando iniziai a lavorare sulla protagonista di ‘Messico napoletano’ non ebbi dubbi, era lei. I primi racconti che scrissi sono indicativi. Alcuni li ho buttati giù grazie ad un nome che mi era arrivato all’orecchio e mi aveva incuriosito, o a una location interessante, e ci facevo la storia attorno. Nel periodo d’oro, che va dall’89 al ‘94, era una sequenza infinita di spunti. Prima riuscivo solo ad annusarle quelle storie, poi mi sono detto: ce ne sono, e anche assaiâ€.

Molti ritengono che i suoi personaggi siano veri, abbiano un nome e un cognome, che abitino sotto casa sua. È davvero così?

“In realtà non scrivo le mie storie su persone esistenti, piuttosto le traggo da spunti, passaggi, flash. Qualcuno che mi ricorda qualcosa diventa suo malgrado protagonista di un racconto. Il resto lo fa la fantasiaâ€.

I suoi personaggi sono emarginati, controfigure, disperati. L’anima nera della storia dei grandi e degli eroi. C’è un racconto nel quale descrive un P7 organizzato a  Napoli dagli sbandati, dopo la chiusura del vertice G7. Un summit di poveri in coda a quello dei grandi del mondo. Qual è la “dignità†dei non protagonisti?

“Sono persone importanti per la dignità che hanno nello stare zitti o incazzarsi. Dignità che a volte si trasforma in rassegnazione o indignazione. L’altro giorno, una grossa compagnia telefonica cercava di piazzare un ripetitore nel mio quartiere, gli abitanti del posto hanno capito che quel coso faceva male alla salute. Hanno organizzato un picchettaggio e hanno costretto i tecnici ad andarsene. La rabbia di un individuo, se è incanalata, è bella, peccato che non sempre succede e che ci si ritrova ad essere uno di quei milioni di spettatori che vedono il Grande Fratello. Perché, se non ne parli il giorno dopo, non sei nessuno: è la paura di non essere omologati. Questo è il grande dramma della televisione; un dramma che ho provato sulla mia pelle. Avevo capito l’uso violento del mezzo e ho evitato di caderci. Denaro e Tv sono droghe più potenti dell’eroina e di tutte le altre droghe di cui parlo nei miei raccontiâ€.

Ma perché sceglie sempre personaggi “di serie B†e non si concede mai a una storia con un eroe alto, bello, biondo e fortunato? È un calcolo o una necessità?

“Se fossi nato ad Aosta non racconterei queste storie. Dipende dal mio humus. Se avessi avuto una vita differente con tutti e due i genitori, ricco, in un luogo pieno di verde e benessere… Parlo di queste persone perché mi appartengono, gli sono vicino, soprattutto ai ragazzi. Il dolore più grande che provo, infatti, è per loro, soprattutto per quelli che non studiano. Quando è morto mio padre avevo tredici anni e mia madre voleva che andassi a fare il barista, ma le dissi di no e continuai ad andare a scuola. Ne ho persi di amici che hanno fatto una scelta diversa. Per questo motivo, abbiamo organizzato a Piscinola, nel mio quartiere, una serata dell’Epifania un po’ diversa. Un gruppo di ragazzi disagiati ha recitato e letto miei racconti. Nessuno lo sapeva, ma alcuni dei protagonisti di quelle storie erano proprio quegli attori improvvisati che, inconsapevolmente, recitavano se stessi, la loro storia, davanti ai loro amici, alle loro famiglie. Ho pensato di formare un laboratorio per questi ragazzi perché, da fratello maggiore, se posso dar loro una mano... Poi ce n’è uno, un pluripregiudicato, che è stato più tempo in galera che fuori, oggi ha trentatré anni ed è assolutamente eccezionale: lui è il teatro!â€

Dalle cose che dice, e che scrive, emerge che in lei vita e opera si fondono in maniera indissolubile, più che in altri autori. E fa di tutto per accreditare questa confusione, al punto da risultare all’esterno come un perfetto personaggio di un racconto. Come spiega questa singolarità?

“Oltre a mio figlio Jonathan, io dico che ho altri figli, sono i miei libri. Li ho sempre seguiti in ogni fase, dalla realizzazione alla vendita, li ho portati in giro in presentazioni in tutta Italia e all’estero. Sono un progetto di vita e mi sono costati uno spreco di energie immane. Sono la mia testimonianza. A volte sono stato frainteso, e me ne dispiace perché tutto quello che ho fatto l’ho fatto con grande amore e senso di verità, e sofferenza… Mi fa male dover spiegare a mio figlio perché uno cammina come uno zombie sotto il soleâ€.

Potesse scegliere di essere un personaggio dei suoi racconti, quale sarebbe la sua storia?

“Quella di un’ubriacatura. Dopo il successo di ‘Messico napoletano’ che fu una sferzata perché conciliò tutti, lettori e critica: il coronamento della carriera di Lanzetta, arrivarono i problemi con Feltrinelli che giudicò ‘Incendiami la vita’ un’opera minore. Non la presi bene e cambiai editore. Da quel momento sono caduto nella droga del successo. Le mie entrate aumentarono notevolmente. La sera che andai a cena a casa di Dalai (Alessandro, presidente e amministratore delegato della Baldini & Castoldi, ndr) gli lessi alcuni brani di ‘Incendiami la vita‘. Stappò subito lo champagne, appesi ai muri c’erano dei quadri di... Picasso. Quella è stata la più grande emozione della mia vita. Non per i soldi che mi offrivano ma perché in quel momento capii che ce l’avevo fattaâ€.

Chi erano questi incendiari?                       

“C’era un gruppo di ragazzi che, nel centro storico di Napoli, scriveva dappertutto sui muri ‘Incendiami la vita’, e quel titolo lo misi in pratica nella realtà. Incendiai la mia vita. Lucio Dalla mi chiamava alle due di notte per dirmi: ‘Ma come fai a scrivere cose del genere?’, Luca De Filippo mi disse: ‘Papà non basta più per descrivere Napoli, mi servi tu...’. Avevamo un progetto da realizzare insieme, poi non se ne fece più niente. Il massimo fu quando mi chiamarono per dirmi che il libro sarebbe stato tradotto in Brasile. Insomma avevo tutto e poi ho perso tutto. Sarà l’istinto di distruzione di certi artisti e scrittori. In una presentazione del libro a Genova ci fu un incontro scontro con questa donna. Mi innamorai. L’ho raccontato nel libro seguente ‘Un amore a termine’. I dati per inebriarmi c’erano tutti: amore, soldi, successo. Ma c’era anche l’amaro di certe critiche, fatte da altri scrittori. Dicevano cose che mi ferivano. E tutta la rabbia che ho accumulato in quel periodo l’ho scaraventata con violenza in ‘Tropico di Napoli’â€.

“Una vita postdatata†e “Figli di un Bronx minore†sembrano scritti con una tecnica di osservazione più distaccata. Racconta storie che sono una mazzata nello stomaco ma lo fa in modo quasi indifferente. Come lo scatto di un fotoreporter di cronaca nera. Col passare del tempo, invece, si coglie nelle sue storie una vena sempre più malinconica. Cos’è successo? È mutata la realtà che la circonda, la gente che racconta, o il suo punto di vista?

“La vena malinconica mi apparteneva, era una conseguenza naturale dei miei primi racconti, ma è venuta fuori un po’ alla volta. Forse le esperienze amare di vita e la maturità ti portano ad accettare cose che da giovane non avresti sopportato e, invece di gridare contro, cerchi di proporre le cose anche con un tono più pacato, malinconicoâ€.

Napoli sembra cambiare nelle sue descrizioni. Prima era un posto in cui anche i personaggi più solitari e abbandonati sembravano circondati da una partecipazione collettiva che, nel bene e nel male, costituiva il coro popolare e confusionario di un dramma individuale. In “Una vita postdatataâ€, Milano era una città in cui ci si sentiva irrimediabilmente soli e New York una Napoli dai mille colori, anche se plastificati e standardizzati. In “Tropico di Napoliâ€, invece, la sua città diventa estranea e i personaggi si sentono soli e abbandonati, più di prima. Cos’è cambiato?

“La solitudine che descrivo nel mio ultimo libro, probabilmente, è una proiezione. Un mio stato d’animo. Me ne sono andato varie volte da Napoli, poi sono ritornato, non potrei vivere in nessun altro posto e credo di dover svolgere un ruolo di presenza sul territorio. A volte avere davanti uno come te, del tuo quartiere, che ce l’ha fatta, può essere una spinta in più a fare scelte giuste. Esempio ne è il progetto di cui parlavo prima di un laboratorio teatrale per ragazzi nel mio quartiere. Per quanto riguarda New York, non ci sono mai stato, è un sogno e non so se ci andrò mai. Fa parte del mio immaginario: la New York di Joe Pesci, Taxi driver... Milano, invece, è altro grigiore, altro niente, è soldi: e noi ai soldi non siamo interessatiâ€.

 Le sue storie hanno un altro tratto caratteristico, al quale accennava anche prima, la musicalità. “Incendiami la vita†ne è l’esempio massimo…

“Io non suono uno strumento, ma ritengo che la musica sia uno degli elementi fondamentali delle mie storie. Ad esempio, l’espediente, che utilizzo spesso, di legare due parole distinte nasce proprio da un’esigenza ritmica. E il fatto che ‘Incendiami la vita’, il libro in cui utilizzo maggiormente delle suggestioni musicali, sia stato pubblicato in Brasile, che è la patria del ritmo, è una dimostrazione dell’importanza di partecipare al gioco con musicalità. Questo, probabilmente, dipende dalla mia formazione che è molto più vicina a quella di un musicista che a quella di uno scrittore, avendo sempre frequentato un ambiente di musicistiâ€.

 Anche i suoi orari sono quelli di un musicista? Come scrive materialmente i suoi testi, e quando e in che modo preferisce lavorare?

“Innanzitutto, non uso il computer ma una macchina da scrivere elettronica Olivetti. Fino al ‘94 lavoravo di notte. Ora devo dormire, è cambiato ’o bioritmo. Faccio come gli scrittori: ’a matina, si me vene ’n’idea scrivo... E poi uso il taccuino per appunti. Nel periodo d’oro scrivevo anche sulla carta da parati... (Dopo una pausa, ndr) Tié, guarda che foto che ti ho portato: sembro Al Caponeâ€.
 

© Anno 2001
Storie n. 41.

da www.storie.it