"MALALUNA" (2003)
Regia: Pasquale De Cristofaro
Scenografia: Pasquale De Cristofaro
Musiche: a cura dei Melisma, eseguite dal vivo da Francesco Petti (chitarra), Daniele Esposito (contrabasso),

Si incontrano Brecht, Masaniello, Tom Waits e Pasolini. E poi Eduardo e Viviani, Mimmo Cuticchio e Mimmo Modugno, Anna Magnani e Maradona..
Si incontrano, soprattutto, Palermo e Napoli: i bassifondi, i disadattati, i senza speranza di due città che sono mondi, universi, paradiso e inferno. Nel bellissimo Malaluna di Peppe Lanzetta e Vincenzo Pirrotta riecheggiano le grida e le voci del Sud, i canti e i dolori, i guai e i crimini, gli amori e le ossessioni, delle due città simbolo del Meridione del mondo: Palermo e Napoli sono lì, evocate e raccontate, vissute e patite.
In un club sospeso tra Casablanca e Querelle, con un'orchestrina a tessere trame di un intrattenimento stanco e struggente, due figure si impongono: uomini, uguali e speculari, in completo bianco, la testa rasata. Scomodi sulle loro sedie astratte, bevitori incalliti, malavitosi consumati o in carriera: uomini dal passato amaro, dal presente faticoso, dal futuro improbabile. L'uno è Napoli, i suoi ardori e i suoi eroi: cinema e canto, camorra e quartieri, morti per overdose e belle donne. L'altro è Palermo, le vie dei Mestieri, la mafia e il mare, il «cunto»... Uno scontro, un confronto, senza possibilità di fuga, senza astrazioni o reticenze: Lanzetta e Pirrottasono bravissimi nel macinare ballate di morte e di fuga, nell'imbastire sogni frustrati e nell'evocare nostalgie perdute. Blues metropolitani, tra via Maqueda e via Toledo: il Sud del mondo, il Sud dell'uomo, vibra come dolorose ferite aperte. E l'orchestrina, intanto, nella piccola e fortissima voce di Loredana Mauro,contrappunta e accompagna, sottolinea e cancella: al Malaluna Club, la poesia diventa uno sfregio, un grido urlato in faccia a chi ascolta senza capire. Le lingue si impastano, a volte diventano incomprensibili onomatopee del dolore: evocano, ricordano, amano. Restano le parole, solo le parole a chi ha vissuto tanto. E quegli uomini lì, quei due omoni stanchi e feroci, lontani e vigorosi, non possono far altro che parlare: monologhi che si alternano e si confondono, che solo a tratti sfociano in dialogo, e che esplodono nel vorticoso «cunto» finale, lirico e evocativo, magistralmente interpretato dallo straordinario Pirrotta.
Malaluna è un'operina tagliente e divertente, macabra e affascinante: sempre sul filo di un disincantato cinismo, cede solo in una pleonastica evocazione di (San)Pasolini, sottolineatura che rischia di far scivolare in retorica un testo che invece, nel complesso, vibra di originale e forte verità.
di Andrea Porcheddu
-------------------------
Nei bassifondi di Napoli e Palermo due voci cantano la rabbia e il dolore
Due grandi città del sud, Napoli e Palermo, sono le protagoniste di «Malaluna», una riflessione poetica messa in atto con «violenta sincerità» da Peppe Lanzetta, scrittore dei bassifondi napoletani, e Vincenzo Perrotta, giovane cuntista palermitano. La regia è di Pasquale De Cristofaro. I due attori danno voce alla disperazione della gente nata, cresciuta e morta nei vicoli, dei clandestini e dei piccoli delinquenti, dei mille traditi diventati traditori per necessità e fame e di chi ancora si rifugia nel silenzio. Un canto, ciascuno per il proprio Sud, accompagnato dalla musica dal vivo dei Melisma. Sotto lo sguardo di una luna mediterranea e complice, i due attori/avventori, seduti ai tavolini di un bar, cantano di mafia e camorre, di amore assente o rubato e di fratellanze tradite. Distaccata ed imparziale «la luna diventa il luogo dell' anima che rispecchia tutto il male e il bene della vita», pronta ad illuminare le speranze di una realtà «sconcia, slabbrata e brutale» che vuole gridare la sua disperazione ed affermare la propria esistenza. Lo spettacolo diviene così una polifonia di dolore, rabbia e sole che risuonano nell' asprezza e insieme nella dolcezza, nella vivace musicalità delle lingue dei due interpreti in scena.
--------------------------------
al 13 al 18 aprile
TEATRO STUDIO
Malaluna
di Peppe Lanzetta e Vincenzo Pirrotta
con Peppe Lanzetta e Vincenzo Pirrotta
musiche I Melisma
eseguite dal vivo da Francesco Petti (chitarra), Daniele Esposito (contrabbasso) Mario Spolidoro (sax soprano), Emanuele Esposito (percussioni), Roberto Vacca (fisarmonica) Loredana Mauro (voce)
luci Lucio Di Pietro
regia e scene Pasquale De Cristofaro
Sono entrambi figli del Sud e con la stessa imponente fisicità Peppe Lanzetta, trasgressivo scrittore dei bassifondi napoletani, e Vincenzo Pirrotta, giovane cuntista palermitano: si sono incontrati sul palco per intraprendere un viaggio parallelo dentro le città gemelle di Napoli e Palermo, archivi viventi di voci, volti e fatti, raccontati al pubblico in Malaluna.
Malaluna perché è proprio sotto lo sguardo di una luna mediterranea e complice che i due attori/avventori, seduti ai tavolini di un bar, cantano di mafia e camorre, di amore rubato e di fratellanze tradite, rendendo omaggio a Viviani, Pasolini, Brecht e Fassbinder. In un luogo dell’anima, diventano la voce della gente nata cresciuta e morta nei vicoli, dei grandi clandestini e dei piccoli delinquenti, degli umiliati e traditi, per caso o per necessità, di tutti quelli rimasti “cafoni senza storia”. Lanzetta propone una Napoli intima, lirica, un po’ sopra le righe, cosciente, ma incapace di cambiare. Pirrotta ricostruisce i colori, gli odori, la vita del cuore di Palermo, l'orrore di un omicidio, la spavalderia di un picciotto.
Una polifonia di dolore, rabbia e sole che risuona nelle lingue aspre e melodiche dei due interpreti, sottolineata dalla musica suonata dal vivo dei Melisma e diretta da Pasquale De Cristofaro.
Il sole brucia e non lascia pensare
Peppe Lanzetta e Vincenzo Perrotta
----------------------------
Malaluna
di Vincenzo Morvillo
Palermo-Napoli sola andata. Potrebbe essere questo il sottotitolo a “Malaluna”, lo spettacolo presentato dal Teatro Studio di Salerno e andato in scena al Teatro Area Nord di Napoli, per la regia di Pasquale De Cristofaro, con Peppe Lanzetta e Vincenzo Pirrotta nella doppia veste di interpreti e autori di quel collage di testi che ne vanno a comporre l’impianto drammaturgico. Palermo-Napoli sola andata, perché un ritorno è difficile quando ci si è persi tra le viscere di queste due città bruciate dal sole e dalle fiamme dell’inferno. Un inferno che non è immagine allegorica, simbolo, trasfigurazione, ma realtà cruda e crudele, come la lancinante e bellissima fabulazione scenica, sviluppata dai due attori e drammaturghi, mostrerà nel suo svolgersi frammentario, sospeso tra la realtà e il non-luogo spazio/temporale della dimensione onirica, inconscia, visionaria che avvolge l’intero spettacolo. Realtà popolata di tossici e puttane, mafiosi e camorristi; realtà di povertà ed emarginazione, di violenza e dolore; realtà ineluttabile e fatale, dove anche la luna, astro argenteo di lucente candore, amica dei fanciulli e dei poeti, si trasforma appunto in una “Malaluna”, creatura notturna e perversa, specchio immorale e fosco dei delitti e dei peccati, delle illusioni e delle frustrazioni, delle miserie, delle umiliazioni, dei soprusi che si consumano tra i vicoli, e non solo, di Napoli e Palermo. Una “Malaluna” che si definisce come immagine simbolica rovesciata di un’umanità che non riesce a trovare più, neanche negli antichi miti della poesia, un’illusione di “bellezza”, quel leopardiano luogo dell’anima nel quale stemperare le pene e gli affanni dell’esistenza. A questo punto, si sarà certamente capito che ci troviamo difronte ad un lavoro teatrale di grande spessore contenutistico e formale, all’interno del quale i testi dei due autori si condensano in un grumo poetico doloroso, trascinante, viscerale, inquietante, molesto, che la regia di De Cristofaro plasma, con grande intelligenza, in una “drammaturgia di attore” che le diverse energie espressive di Lanzetta e Pirrotta traducono, a loro volta, in una poesia del corpo e dei gesti caratterizzata da una connotazione diversa, a seconda che ad essere raccontata/incarnata sia la Napoli dei bronx disperati di Lanzetta o la Palermo dei malfamati quartieri Zen e Brancaccio del “cuntista” Pirrotta. Un tessuto poetico -corporeo, gestuale, drammaturgico- fatto di frammenti folgoranti, dove l’atto recitativo diventa conato, tensione violenta e iconoclastica, deflagrazione di parole visionarie, successione ipnotica di phonè, danza estatica, trance sonoro/musicale. Utilizzando un registro costantemente sopra le righe, e in questo guidati dall’attenta regia di Pasquale De Cristofaro, che giustamente asseconda due diverse personalità attorali di grande impatto scenico ed emotivo, che ripetono vagamente alcuni stilemi del teatro espressionistico già presenti, del resto, nella scrittura drammaturgica dell’autore napoletano, Peppe Lanzetta e Vincenzo Pirrotta fanno dei loro corpi e delle loro voci di attori il traslato metonimico sulla scena delle due città, Napoli e Palermo, che si specchiano l’una nell’altra, e l’una nell’altra si raccontano, mettendo a nudo quelle realtà “sconce, slabbrate e brutali”, quelle umanità tragiche nel loro vivere ai margini, quasi ai confini dell’esistenza, nelle quali ci imbattiamo tutti i giorni, passando oltre con l’intelligenza e col cuore. Ma qui no, qui siamo a teatro, e i due protagonisti ci impongono di ascoltare quello che, trincerati nel nostro squallido e quotidiano egoismo, non vorremmo sentire, non vorremmo vedere, non vorremmo soprattutto capire, per evitare che qualcosa possa interrompere il corso “normale” della nostra esistenza. E allora se Lanzetta, con quel suo corpo straripante e “melodrammatico”, che è teatro al solo apparire sulla scena, ci parla di una città che diventa Los Angeles o Rio de Janeiro, dei suoi vizi, di gente assuefatta alle droghe, di miti d’oggi, di barboni e prostitute; Pirrotta, una presenza scenica dirompente, una vera e propria forza della natura, racconta della sua Palermo dove a Brancaccio, dieci anni fa circa, la mafia uccise il parroco Pino Pugliesi. Entrambi parlano di vite malvissute, di sbronze, di gesti disperati, di amori che salvano e amori che distruggono, inventano personaggi e storie. E se la Palermo di Pirrotta ci sembra un luogo ancorato al “reale”, ancorché abitato da voci e sonorità aspre e incantevoli che lo calano in un’atmosfera di caleidoscopica popolarità; la Napoli marginale e crudele di Lanzetta, abitata da malavitosi feroci, giovani sperduti e laidi personaggi, dove la droga è violenta e si muore per uno sgarro, ad un tratto diventa, come sempre, un territorio onirico e surreale, attraversato da improvvise apparizioni fanatasmatiche: divi del cinema, miti della letteratura, star della musica con cui l’attore-autore dialoga, dando vita a momenti di divertente ironia o di sporca e arrabbiata poesia urbana. Dunque, con “Malaluna”, Peppe Lanzetta e Vincenzo Pirrotta portano in scena un teatro vero, intenso e crudele, che non può non rievocare quanto scriveva, nel “Teatro e la peste”, Antonin Artaud –autore, tra l’altro, cui Lanzetta si ispira ampiamente: «Il teatro essenziale è come la peste […] In esso, come nella peste, c’è una sorta di strano sole, una luce di anormale intensità». Quella luce che “Malaluna” sembra accendere sulla scena di un teatro non sempre capace di rispondere alle aspettative.








