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"Il mondo è quello degli occhi che lo vedono, delle orecchie che lo sentono e delle mani che lo suonano"

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"CANTO PER CASTELVOLTURNO" - 2010

ORE 21:00 Teatro Verdi

BLACKOUT

dedicato a Miriam Makeba

di Andrea Manzi e Peppe Lanzetta

con

Mariano Rigillo e Peppe Lanzetta

musiche Paolo Cimmino e il Musicateneo Percussion Ensemble

immagini video Michele Schiavino

coreografie Comunità Senegalese

regia Pasquale De Cristofaro

organizzazione Carmine Giannella

produzione Teatro Studio

Il drammatico ghetto negro di Castelvolturno è reso magistralmente vivo dal canto poetico di Andrea Manzi che, in queste quattordici stazioni di una dolorosissima via crucis, riesce a farci percepire in tutta la sua tragicità la penosa condizione degli immigrati stretti tra una reale difficoltà d'accoglienza e una mai sopita mixofobia che caratterizza da tempo le nostre comunità. Questa voce s'accompagna all'urlo che da sempre motiva e alimenta la poetica di Peppe Lanzetta. Temi scottanti, violenti, ruvidi quanto basta per dare il via ai due poeti di interrogarsi e interrogarci su una piaga che sembra non trovare alcun medicamento efficace.

Tale contesto tragico è trattato con una grande partecipazione emotiva. La scena/schermo argina queste onde emotive, con la forza della ragionevolezza e il pacato respiro di una religiosità inquieta che sorregge la scrittura d'entrambi anche nei momenti più angosciosi. Questa ballata tragica è dedicata alla grande Miriam Makeba, che ha pagato di persona lasciando la sua vita in una commossa e troppo partecipata manifestazione in ricordo delle povere vittime negre di Castelvolturno per mano della camorra.

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da "Il Mattino" di Napoli

Erminia Pellecchia «Sat wuguga sat ju benga sat su pata pa...». Al ritmo martellante di Pata Pata il pubblico del Verdi va in delirio, si canta e si balla nella platea e nei palchi del Massimo cittadino, tutti neri e clandestini, un potente muro d’amore contro il cemento dell’odio verso chi è diverso. È una coreografia bella ed inusuale questa che fa da corona ai saluti finali di «Blackout», l’oratorio civile scritto a due mani da Andrea Manzi e Peppe Lanzetta, che ha debuttato a Salerno lo scorso 6 marzo, nell’ambito della rassegna «Teatro nuovo nuovo», ed è pronto ora a conquistare Napoli e Roma. «Blackout», prodotto da Teatro Studio, è uno spettacolo corale, fatto di frammenti, suggestioni, emozioni in parole, immagini e musica, magistralmente orchestrate dal regista Pasquale De Cristofaro che, pur affrontando il tragico tema della condizione degli immigrati stretti da una reale difficoltà d’accoglienza e una mai sopita mixofobia che da tempo caratterizza l’Italia, ha saputo avvicinarsi con pudore «al dolore di questi nostri più sfortunati fratelli», trasformando il grido silente di chi non ha voce in un anelito di speranza verso un mondo migliore. Spunto è la ballata, in quattordici stazioni come una dolente Via Crucis, che apre l’ultima raccolta poetica di Andrea Manzi «Morire in gola». Il giornalista-poeta racconta in versi il drammatico ghetto negro di Castelvolturno: un linguaggio estremo, il suo, che si avvicina al silenzio ed invece chiede di essere urlato, trovando, nel teatro, lo spazio istituzionale per dare coscienza e senso a qualcosa che urla da sola. La dedica è a Miriam Makeba, l’icona dell’Apartheid, morta nel 2008, per un attacco cardiaco a Castelvolturno dove si era esibita in un concerto contro la camorra. Ed è lei il fantasma che viene evocato più volte sul palcoscenico, soprattutto attraverso i flash della vita impossibile degli immigrati nel ghetto di S. Nicola Varco, raccontata, come uno schiaffo all’inciviltà, nei due video del regista Michele Schiavino che hanno interpuntato lo spettacolo. L’incipit è forte, un vero e proprio pugno nello stomaco. Nel buio che poco alla volta prende luce, con alternanza di toni freddi e caldi, Antonello De Rosa intona la disperata preghiera-invocazione alla Vergine di un bracciante (un inedito di Manzi): il ricordo va a Rocco Scotellaro, si fonde e si confonde con l’oggi, forse ancora più brutale, del branco senza nome degli extracomunitari, i nuovi schiavi del lavoro nei campi. Scorrono le immagini della Piana del Sele. Di nuovo buio e poi ancora luce. Altre voci, altre storie narrate dalle incalzanti percussioni dell’ensemble Musicateneo: Paolo Cimmino canta l’Africa e la Campania, quel «Mediterraneo, sporco amaro amore mio» che il vate della negritudine, Peppe Lanzetta, con la sua visceralità tormentata interpreta. Compagno di viaggio il bravissimo Romolo Bianco, già applaudito con lui in «Opera di Periferia». Avvolto in una tunica bianca fa il suo ingresso Mariano Rigillo, con il suo distacco epico dà corpo alla ballata dei disperati. «Ridateci i sogni», inveisce Lanzetta, mentre invoca il «Pasolini di tutti noi» ed il sogno si materializza con le danze tribali, vero e proprio inno alla gioia, della Comunità senegalese di Salerno.

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